Strumenti Utente

Strumenti Sito


romagna

La Romagna è uno Stato socialista della Pianura Padana.

Storia

Prima della Rivoluzione

il 5 di agosto del 1883 quando Andrea Costa, organizzatore e segretario del Partito Socialista Rivoluzionario Romagnolo, tiene un secondo congresso clandestino nella città di Ravenna nel quale irrompono le autorità pontificie, desiderose di mantenere l’ordine nelle legazioni romagnole ed arginare l’avanzata dell’ideale socialista che aveva coinvolto anche la vicina legazione di Bologna ed il ducato di Reggio e Modena, ancora scosse dalle rivolte del 1848-49.

Andrea Costa dovette rifugiarsi a Lugano in Svizzera per sfuggire ai processi intentati contro di lui ed attendere il 1898, anno dei moti popolari nati dall’aumento del prezzo del pane e da una condizione sociale ormai disperata da mancate riforme dei governi, per tornare grazie al supporto di una rete di solidarietà clandestina compostasi negli anni successivi alla fuga di Costa e formata da molti attivisti socialisti che poi si affermeranno: fra di loro Camillo Prampolini, Alessandro Mussolini, Guido Albertelli, Agostino Berenini ed Angelo Oliviero Olivetti.

La Rivoluzione di Luglio

Nel luglio del 1898 Modena e Bologna insorgono, costringendo le truppe pontificie ed i ducali ad intervenire con interi reparti di fanteria, a volte passati anche dalla parte dei manifestanti; lo stesso accade a Forlì, Ravenna e Rimini dove sanguinosi sono gli scontri fra le truppe regolari ed i ribelli socialisti, che nel tempo hanno forgiato sul campo la loro forza e la loro esperienza, arricchita anche da una conoscenza approfondita del territorio ed un supporto unanime della popolazione, specie nelle campagne.

Dopo due anni di scontri e di una guerriglia più o meno sempre attiva, Bologna nel 18 di marzo del 1901 viene svegliata da una fortissima sollevazione popolare che porta alla liberazione della città e alla costituzione ufficiale del Governo Rivoluzionario Socialista delle Legazioni Romagnole che verrà presieduto proprio da Andrea Costa: nei giorni successivi le città di Modena e Reggio insorgono e vengono liberate, proclamando lo scioglimento del ducato e la sua adesione al Governo di Costa, portando anche alla fucilazione di Francesco VI d’Asburgo-Este (figlio ipotetico di Francesco V) e della sua famiglia, fatto che sconvolse Andrea Costa che condannò fermamente l’accaduto.

Con la battaglia di Meldola del 23 agosto del 1902, dopo che il resto dell’Emilia era stato pian piano consolidato da Costa, resistendo anche all’assalto delle truppe pontificie, le truppe ribelli sconfissero definitivamente le forze pontificie, stremate da anni di guerriglia e scosse da una crisi economica e sociale interna disastrosa, forzando il papato alla stipulazione degli accordi di pace di San Francesco poiché siglati il 4 di ottobre del 1902 da Andrea Costa e dal Segretario di Stato di Leone XIII Card. Mariano Rampolla del Tindaro che sancirono il definitivo passaggio delle Legazioni Romagnole alla neonata Libera Repubblica dell’Emilia e della Romagna presieduta da Andrea Costa e guidata dal Partito Socialista Rivoluzionario dell’Emilia e della Romagna comprendente gli attuali territori delle province di Bologna, Modena e Ferrara per l’Emilia e le attuali province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini oltre all’attuale provincia di Rovigo.

La Costituzione della Repubblica ed il passaggio alla Dittatura del Proletariato

Il Primo di gennaio del 1903 Andrea Costa annunciò, con un discorso a Bologna, la proclamazione della Libera Repubblica dell’Emilia e della Romagna che adottò ufficialmente come ideologie quella del socialismo ed anche in parte quella dell’anarchismo sociale, attirando a sé anche tantissimi attivisti socialisti da tutta la penisola e dagli stati italiani fra cui Filippo Turati, che era cittadino e passò in Romagna la sua vecchiaia, Leonida Bissolati, Claudio Treves, Arcangelo Ghisleri, Enrico Ferri, Costantino Lazzari e tante famiglie di futuri dirigenti che guideranno la nazione.

Fra le prime riforme ci fu la totale requisizione dei beni appartenuti alle autorità ecclesiastiche e allo Stato Pontificio e la loro redistribuzione, soprattutto del patrimonio terreno, ai contadini con la famosa riforma “Un Pezzo di Terra per Tutti” oltre che alla riduzione degli orari di lavoro ad 8 ore massime giornaliere e 40 ore massime settimanali, l’istituzione di alcune riforme sociali quali la previdenza sociale per disabili, famiglie numerose ma anche del riconoscimento della maternità e la parità di salari fra donne e uomini ispirata dalla socialista russa naturalizzata emiliano-romagnola Anna Kuliscioff e dall’attivista di origine russa Angelica Balabanoff, la costituzione della forma di gestione delle fabbriche collettiva da parte degli operai in società collettive ed equamente partecipate da tutti gli operai, l’abolizione dei reati di omosessualità, l’obbligatorietà del matrimonio civile e dell’iscrizione del clero ad un registro statale di controllo e coordinamento delle attività religiose, la concessione del suffragio universale per uomini e donne all’età di 18 anni, la concessione di riposi e ferie adeguatamente retribuite e l’imposizione di un calmiere dei prezzi sui beni di prima necessità; importante fu anche la libertà di stampa, espressione etc. che favorì il fiorire di attività intellettuali culturali, artistiche, musicali, letterarie e cinematografiche.

Il periodo è ascrivibile al cosiddetto “socialismo riformista” predicato da Turati che influenzò in maniera pesante le politiche di quel tempo col suo giornale “L’Avvento” e con la sua partecipazione ai lavori del Partito Socialista Emiliano e Romagnolo.

Le prime elezioni tenutesi nel 1908 videro una schiacciante vittoria del PSER sulla Lega Cattolica del giovane Stefano Cavazzoni che confermò il governo del socialista Albertelli da parte di Andrea Costa, Presidente della Libera Repubblica con mandato decennale: il governo proseguirà nella sua opera riformatrice inserendo nelle conquiste sociali l’istituzione del salario minimo orario, la creazione di un Consiglio Nazionale dei Sindacati e di un contratto nazionale, l’istituzione di un sistema pensionistico retributivo su base pubblica e statale; costante fu anche il proseguo dell’industrializzazione delle grandi città emiliane e della parte costiera della Romagna assieme alla rudimentale meccanizzazione delle attività agricole.

Nel 1913 muore improvvisamente il leader del PSER Andrea Costa probabilmente stroncato da un infarto dovuto a problemi di cuore che avevano pian piano marginalizzato la sua figura durante gli ultimi anni; il 1913 era anche anno delle seconde elezioni democratiche della Libera Repubblica e dell’elezione alla carica di Presidente della Repubblica lasciata vacante proprio dal grande Andrea Costa: il Comitato Centrale del PSER decise quindi per una stretta sulle elezioni, escludendo la Lega Cattolica ed i partiti minori dalla competizione elettorale, che vincerà con il 99.7% dei voti pur suscitando vibranti proteste fra le opposizioni, e si diede un anno di gestione collegiale dell’importante carica di segretario generale del partito-guida della Rivoluzione.

Nel 1915 affermò nel partito la fazione radicale composta da un triumvirato di giovani socialisti radicali: Benito Mussolini da Predappio, figlio del Mussolini che con Costa fece la Rivoluzione, Pietro Nenni da Faenza, dapprima fervente repubblicano poi aderente al PSER, e Nicola Bombacci da Civitella di Romagna che gravitò sempre attorno al mondo del comunismo ispirato anche dalla conoscenza di un certo Vladimir Lenin durante un viaggio a Lugano per fornire supporto ai socialisti esuli in quella nazione.

Il Triumvirato, così venne definito, spazzò via la classe riformista formata dai naturalizzati Bissolati, Treves, e Romussi e ideologicamente definiti da Turati, affermandosi come reali continuatori della tradizione socialista emiliano-romagnola espressa da Andrea Costa e che costrinse questi alla creazione del Partito Socialista Riformista d’Emilia e Romagna nel quale confluì una minima parte del PSER, ora egemonizzato dai massimalisti e dai sindacalisti.

Il giovane Benito Mussolini fu eletto Segretario Generale, Pietro Nenni fu eletto Presidente della Libera Repubblica e Nicola Bombacci assunse il ruolo di Primo Ministro del III governo socialista della breve storia della Libera Repubblica avviando una serie di riforme radicali fra cui la nazionalizzazione di tutte le risorse naturali strategiche, il monopolio sui tabacchi e sulle bevande alcoliche, l’imposizione di una tassa sui grandi patrimoni, la requisizione delle grandi proprietà immobiliari ed un piano di lavori pubblici mastodontico per la sua portata che aveva come principio quello di rendere più unita a livello infrastrutturale l’Emilia e la Romagna ma nel 1914, un anno dopo la salita al potere del Triumvirato, in Europa scoppiò definitivamente un conflitto su larga scala che fortunatamente non coinvolse mai la RSER la quale si premurò immediatamente di proclamare la sua neutralità e di rimanere completamente estranea alla cosiddetta Grande Guerra che portò in Italia una forte ondata di depressione economica e la distruzione degli ideali pan-italiani per tanti stati, su tutti il Regno di Sardegna, oltre che al pesante ridimensionamento della Serenissima.

Fino al 1918 il Triumvirato tenne il potere ma nel III Congresso del PSER il giovane socialista Matteotti, appoggiato da una folta schiera di riformisti fra cui il naturalizzato Bonomi, in accordo con un altro giovane socialista figlio di esuli Sandro Pertini, appoggiato questo da Costantino Lazzari e dai naturalizzati Gaetano Salvemini, Giuseppe Emanuele Modigliani e Lelio Basso sferzò un terribile colpo ai tre romagnoli che persero così il Congresso; nonostante Nenni fosse ancora Capo di Stato, il PSER riuscì a formare un’alleanza con i Socialisti Riformisti di Bissolati, dopo che le urne non diedero la maggioranza a nessun singolo partito, e a creare il governo Matteotti che allentò alcune delle riforme centraliste e dirigiste del precedente governo guidato da Nicola Bombacci.

La crisi economica si fece sentire anche nell’Emilia-Romagna socialista a seguito di alcune aperture al mercato e la liberalizzazione del settore bancario ed imprenditoriale facendo precipitare il paese in una spirale deflattiva che portò all’accentramento di alcuni capitali che poterono esercitare un tangibile potere politico a cui il PSER seppe rispondere con la destituzione avviata da Pertini nei confronti del segretario Matteotti e la fine dell’esperienza governativa nel 1921: dalla Russia erano arrivate le correnti della rivoluzione proletaria e del cosiddetto marxismo-leninismo a cui aderì uno dei membri del Triumvirato, Nicola Bombacci, ufficializzando la sua uscita dal PSER durante il I Congresso Straordinario del PSER tenutosi a Rovigo e la creazione del Partito Marxista-Leninista dell’Emilia e della Romagna.

Il socialismo emiliano-romagnolo si era ormai spaccato in tre anime e da questo torpore Mussolini seppe scuotere il PSER affermandosi nel 1921 come Segretario Generale, affermando la sua leadership su tutta la struttura organizzativa, complice anche la disfatta governativa di Matteotti, e guidando il PSER ad una vittoria sul PSRER, sulla Lega Cattolica e sui Liberali di Filippo Naldi, costruendo un’alleanza strategica coi marxisti-leninisti dell’amico Bombacci.

Sempre nel 1921 ottenne la carica di Primo Ministro e nominò come Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Italo Balbo, un giovane generale che si era imposto nelle fila delle Forze Armate e che era stato particolarmente attratto dalle idee di Mussolini, inaugurando una serie di riforme volte a modernizzare la parte militare, sviluppando un’industria pesante di tutto rispetto, e a inquadrare la gioventù emiliano-romagnola nelle fila di quella che Mussolini chiamava “spina dorsale della rivoluzione di luglio e salvezza della libera repubblica” ossia la Forza Armata.

Per risollevare l’Emilia e la Romagna Mussolini promosse politiche di nazionalizzazione dei settori strategici, la creazione di un ente autonomo posto sotto il controllo del Ministero delle Finanze che interveniva qualora ci fossero stati problemi di liquidità per alcuni gruppi privati, la totale nazionalizzazione e successiva socializzazione del settore industriale emiliano-romagnolo, l’allargamento del calmiere dei prezzi a tutti i beni e servizi offerti in Emilia e Romagna, investimenti pubblici per continuare le grandi opere pubbliche gestite direttamente dallo Stato, la completa nazionalizzazione delle compagnie di estrazione di petrolio, gas e carbone operanti su scala nazionale ed un esproprio su larga scala, definito “purificatore” delle grandi proprietà immobiliari e di alcuni latifondi che si erano andati a creare oltre ovviamente a tutto il settore creditizio che venne gestito dall’ENGRF.

Oltre a radicali riforme in ambito economico, Mussolini si occupò di purgare una grossa fetta di esponenti riformisti nel PSER colpendo dapprima Bonomi con la damnatio memoriae ed il suo esilio forzato verso la Toscana e poi il suo rivale di un tempo Matteotti, scomparso in circostante misteriose nel Polesine, suo territorio natio, in seguito ad una presunta rapina nei suoi confronti andata male: finirono all’esilio o purgati nei famosi “rastrelli” Pertini, Lazzari, Salvemini, Modigliani e Basso mentre, sfruttando le rivolte di Cesena, riuscì in un solo colpo a distruggere il PSR dell’Emilia-Romagna, accusandoli di complotto contro lo Stato e sciogliendo e mettendo al bando il partito stesso.

L’anno è il 1926 e son passati ben 5 anni dal secondo avvento di Mussolini: senza fornire adeguate spiegazioni riconferma nel 1923 il suo fidato Nenni alla Presidenza della Repubblica e nel 1926 sospende le garanzie democratiche, inviando le Forze Armate nelle strade e nei gangli vitali della Libera Repubblica: la Lega Cattolica, radicalizzatasi per le forti politiche anti-clericali portate avanti dal governo Mussolini ed ottenuto il supporto del vicino Stato Pontificio, tentò l’insurrezione armata nelle città di Forlì e di Bologna e portando con sé anche il Pontefice Pio XI a dichiarare l’ostilità nei confronti della Libera Repubblica.

La Lega Cattolica fu completamente sconfitta e soppressa dalle Forze Armate, radicalizzatesi in maniera imponente fin dalla loro fondazione, e dopo un mese di scontri sulla frontiera, lo stesso Mussolini siglò un accordo con l’allora Segretario di Stato Eugenio Pacelli che determinò la smilitarizzazione della zona di confine delle Marche per lo Stato Pontificio e della provincia di Rimini per la Libera Repubblica d’Emilia e Romagnola per il periodo di 5 anni.

Con questo Mussolini riuscì completamente a monopolizzare il panorama politico dell’Emilia e della Romagna, propose ed ottenne l’abolizione di tutti i partiti politici ad esclusione del PSER e del PM-LER con il quale completò la fusione nel 1927 formando il Partito dei Lavoratori d’Emilia e Romagna, sciolse definitivamente la Libera Assemblea della Repubblica per sostituirla con l’Assemblea Popolare Suprema dell’Emilia e della Romagna, eletta ogni 7 anni tramite elezioni a suffragio universale maschile, e costituì il Presidio Supremo della Libera Repubblica, composto da quattro membri: Mussolini stesso, Pietro Nenni, Nicola Bombacci ed Italo Balbo.

Nel 1930, dopo aver avviato la collettivizzazione di tutti i terreni agricoli ed avendo approvato la forma delle cooperative statali per quelle attività lavorative, decise di eliminare qualsiasi forma di mercato all’interno dello stato e con essa la competizione: di questo avviso fu la fine della fase del “socialismo riformista” e l’adozione del cosiddetto “socialismo nazional-proletario” che sfociò nella completa gestione dell’economia da parte dello Stato e l’avvio dei cosiddetti piani quadriennali.

Sempre nel 1930 venne approvato il cambio di nome della Libera Repubblica che divenne Repubblica Socialista Popolare di Emilia e Romagna e che vide approvata anche la sua Costituzione che definiva come guida della Nazione il Partito dei Lavoratori ed il suo Segretario Generale, descriveva le nuove strutture istituzionali e politiche e definiva i caratteri politici ed etici del Nuovo Stato promossi da Mussolini: di questo avviso fu la fondazione della Gioventù Socialista Emiliano-Romagnola, quella della Lega delle Donne Socialiste d’Emilia e Romagna ed il Fronte Unico Socialista degli Operai e dei Contadini, istituito come organizzazione sia sindacale sia paramilitare in sostegno alle Forze Armate di Liberazione Popolare dell’Emilia e della Romagna, garanti della sicurezza nazionale e dell’attuazione del socialismo.

Mussolini guidò di pari passo l’Emilia-Romagna un po' come Josif Stalin faceva con l’URSS, anch’essa terra del socialismo reale in salsa marxista-leninista a cui Bombacci strizzava sempre l’occhio e che per questo fece avvicinare i due paesi, fornendo materie prime a basso costo per l’Emilia e la Romagna Socialiste, protagoniste di un’opera di accentramento del potere a dir poco audace avviata da Mussolini.

Nel 1939, allo scoppio della cosiddetta Seconda Guerra Mondiale, la Repubblica decise di rimanere neutrale fino a quando nel 1941, dopo che la Germania Nazista calò in Italia, venne attaccata proprio dalle truppe di Hitler così come l’URSS di Stalin: per ben 4 anni la Repubblica dovette resistere al famelico attacco hitleriano che portò alla perdita di gran parte dell’Emilia storica e la conseguente occupazione di Bologna che costrinse Mussolini a rifugiarsi a Rimini dove guidò con ardore ed audacia la resistenza del suo popolo, coadiuvato anche da Italo Balbo che riuscì nell’impresa di non far collassare le Forze Armate grazie ad un lavoro ventennale di ammodernamento tecnico, tattico e strategico della forza militare.

Nel 1945 Bologna e l’Emilia vennero completamente liberate mentre l’Armata Rossa marcia su Berlino e Vienna: Mussolini rientra a Bologna da eroe e da Padre della Patria sviluppando così un forte culto della personalità nei suoi confronti; egli infatti aveva resistito al Nazismo e al successivo tentativo alleato di spezzare in due l’Emilia e la Romagna sventato dai sovietici a Jalta.

Aderì al Comecon promosso da Stalin e grazie alla ricostruzione riuscì a dare nuovo slancio all’economia dell’Emilia-Romagna, sperimentando anche la creazione di ZES con la Toscana ed il Ducato di Milano e intervenendo in alcuni settori per garantire un’apertura piccola ma significativa al mercato tanto odiato, grazie anche all’influenza esercitata dal figlio Romano che negli Stati Uniti era stato per studiare.

Mussolini elaborò nel suo Manifesto “La Lotta per il Socialismo Emiliano e Romagnolo” le sue teorie per la costruzione di un socialismo nazionale ed autosufficiente sia economicamente che politicamente e militarmente che potesse ergersi al livello delle grandi potenze e a guida degli sforzi unificatori italiani sotto la bandiera del socialismo, affermando l’importanza dell’individualismo come forza costruttrice se posta al servizio della comunità, mettendo al centro dell’obbiettivo e della realizzazione socialista l’essere umano, distaccandosi ferocemente dal Marxismo-Leninismo, e vedendo l’immagine dell’uomo-guida come sola in grado di portare il socialismo alla sua concreta realizzazione assieme alla massa popolare.

Adottò una variante emiliano-romagnola dell’italiano come lingua ufficiale della Repubblica, sviluppò la teoria del militarismo come forza fondamentale nella preservazione del socialismo ed istituì la Commissione Centrale di Difesa da lui presieduta, assumendo il ruolo di istituzione più alta dello Stato.

Promosse il più possibile lo sviluppo di un’economia industriale fortemente e totalmente autarchica.

La figura di Benito Mussolini venne equiparata a quella di Grande Padre della Nazione che sostituì per intero l’esperienza religiosa cristiano-cattolica ed identificando il suo Popolo come proprio Figlio.

Alla morte di Mussolini (1967), ideatore del “Patria, Socialismo, Famiglia” succedette suo figlio Bruno Mussolini che, dopo un complotto ideato dall’ala marxista-leninista, poi sventato, del Partito dei Lavoratori d’Emilia-Romagna, riuscì a purgare Nicola Bombacci e ad accantonare anche il vecchio Pietro Nenni ormai vecchio sostituendolo con la nuova classe dirigente composta da Renato Zangheri, Paolo Babbini, Guido Fanti, Armando Sarti e Walter Vitali.

Durante il suo grande “regno” Bruno Mussolini si slega dal Comecon ed intraprende la strada già tracciata da Tito, cogliendo al volo la destalinizzazione dell’URSS e rispettando il PSF del compianto padre: questo permette all’Emilia-Romagna di diversificare la sua produzione industriale, aprirsi man mano al mercato e alla gestione cooperativista del settore secondario, automatizzando gradualmente le attività del settore primario ed aprendosi pian piano ad una sempre più maggiore importanza del settore terziario, con importanti passi verso il turismo ma anche il lato finanziario e bancario promosso con le liberalizzazioni di alcuni settori.

La Repubblica Socialista Popolare di Emilia e Romagna mantiene nel frattempo saldamente la sua imponente forza militare ammodernandola sempre e comunque e mantiene viva la sua adesione ai Paesi Non-Allineati di cui lo stesso Bruno Mussolini ne ricoprirà la carica di Segretario Generale: con lui il Paese vive il boom degli anni ’70 ed ’80 ed un’apertura sempre più maggiore negli anni ’90 senza sentire il tonfo del crollo dell’URSS sotto i colpi della perestrojka avviata da Gorbacev.

Durante gli ultimi anni della sua vita Bruno Mussolini ritornerà su alcune sue decisioni facendo riferimento al “mussolinismo” ideato dal padre e mantenendo alcune strutture fondamentali per il ruolo del Partito e la preservazione del Socialismo.

L'apertura al mondo

Nel 2001 si spegne l'erede di Mussolini e viene sostituito, controvoglia, da Romano Mussolini, che aveva all'attivo una certa carriera musicale.

Romano, che ben conosceva il mondo esterno, decise di attuare alcune riforme di apertura al mondo, riaprendo alcune zone turistiche congiunte come quella di Comacchio e Ravenna e riattivando la storica linea Rimini-San Marino, resa a scartamento metrico, con la collaborazione della Lega Lombarda con la quale firmò un paternariato e rendendo molto più forte la carica del primo ministro eletto.

Alla sua morte nel 2006 si apre una faida nel partito tra chi voleva nominare la figlia di Romano - Alessandra - dalle tendenze più conservatrici e tra chi voleva nominare invece Edda Negri Mussolini, consigliera di Romano nella transizione. Nel 2007 la seconda frazione vince e viene nominata Edda Negri Mussolini.

Edda ricopre tutt’ora il ruolo di Segretario Generale del Partito ed ha accettato durante questi anni riforme radicali in materia di democratizzazione e liberalizzazione economica, nel pieno rispetto degli ideali ideati dal nonno nel lontano 1944.

Sistema istituzionale

romagna.txt · Ultima modifica: 2020/10/13 20:53 da sciking